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Libro Burattini, streghe e briganti. Illuminismo per ragazzi (1929-1932)

  • Autore: Walter Benjamin
  • ISBN: ISBN 8870182118
  • Voto di Scrive: 9.00 da 1 segnalazione
Muza

“Bighellonare e contemplare (das Flanieren) è come leggere la via […]. La precipitazione degli altri vi purifica come un bagno nella schiuma del mare.” Così Franz Hessel fotografa la sensazione di girare a piedi per Berlino. La metropoli, all’inizio degli anni ’20, è una fabbrica per l’immaginazione, irresistibile agli occhi dell’artista che l’attraversa. Uno strano magnetismo scorre a fiotti tra le sue vie, un misto di inquietudine e seducente vivacità sembra posarsi sulle sue architetture a un ritmo contagioso, lasciando senza fiato.
Potsdamer Platz è stata per almeno un trentennio il simbolo della “città in movimento”. Dal Café Josty si poteva avere un colpo d’occhio sull’intero spazio, di cui scattanti uomini d’affari e signore slanciate dai loro graziosi cappellini rappresentavano un inesauribile corteo rituale. Questo movimento vorticoso, questa energica continua corrente di persone, andava incanalandosi lungo i binari del tram per convergere attorno al semaforo-orologio della piazza, eccentrica struttura di pentagono immolata a una scansione quasi onirica del traffico e del tempo. E proprio nel nodo di geometrie e forme irrisolte che da sempre intridono gli sfondi della metropoli sta l’enigmatica sensualità dei labirinti berlinesi, in cui si tiene a battesimo il più invidiabile degli smarrimenti speculativi.
Lo stesso Robert Walser, che tanto amava alimentare la sua scrittura di uno struggente disorientamento, si fece rapire volentieri dalla frenesia della Potsdamer, e proprio lì, un giorno, nel solito ubriacante via vai di teste incontrò Walther Rathenau. Vi è al riguardo un bel passo del ritratto che W. G. Sebald gli dedica ne Il passeggiatore solitario (Le promeneur solitaire. Zur Erinnerung an Robert Walser, cf. pp. 51-54 dell’edizione italiana), oltre alla descrizione che Walser dà di questa circostanza nel suo romanzo Il Brigante.
Spazieren in Berlin di Franz Hessel, con cui abbiamo cominciato il nostro articolo, è una delle grandi opere destinate ad arare un altro fecondo immaginario, quello dell’amico filosofo e scrittore, Walter Benjamin. Franz, padre di Stéphane, autore del pamphlet che ha invitato le giovani generazioni a indignarsi con i responsabili dell’attuale crisi economica, era un osservatore attento e sensibile, non a caso affascinato da Proust, nel quale pure Benjamin vedeva un grande bricoleur delle età storiche e umane. L’opera di Proust è il caleidoscopio che permette di esplorare l’interiore, “das Innen”, la prima tessera dipinta con cui il bambino filtra le proprie associazioni mentali per comprendere la realtà che lo circonda, come Benjamin non manca di sottolineare in una delle sue più toccanti poesie, dove i ricordi dello “Heim” consacrato all’infanzia si sovrappongono a quelli delle amicizie giovanili. Anche Berlino ha i suoi passages nei manifesti pubblicitari e nelle insegne abbaglianti dei grandi magazzini, ovunque contrasti cromatici e giochi di luce che fanno largo ai deliri visionari di Heinrich Kley, le cui bizzarre creature siedono sulle cuspidi di imponenti facciate neoclassiche, alfieri di fumose diagonali e misteri beffardi impigliati nel sottosuolo delle stazioni metropolitane. Di queste atmosfere si ritrovano alcuni intensi fotogrammi proprio nei discorsi radiofonici di Benjamin. Le Rundfunkgeschichten, tenute tra il 1929 e il ’32, rappresentano per certi versi un revival nostalgico di “storia della metropoli”, uno spaccato del floruit della “vita berlinese” che volge alla fine insieme all’esperienza weimariana, e anche un tentativo di recuperare i frammenti di un vissuto che rischia di essere disperso, insieme al suo valore insostituibile di testimonianza. Da studioso impegnato nella salvezza di frammenti di storia, attitudine che si spinge fino alla conservazione di oggetti considerati di utilità marginale, quali ad esempio i giocattoli o i libri per bambini, Benjamin intende sottrarre alla regola del mercato quelli che ha felicemente definito i “relitti di un mondo di sogno”. A tale riguardo, nell’articolata introduzione ai discorsi radiofonici, Giulio Schiavoni osserva: “Materiali che si direbbe costituiscano un humus ancora fertile, ponendosi come reliquie di una tramontata ingenuità, e che – nella prospettiva benjaminiana – paiono come albergare quella promesse du bonheur che tanti adulti hanno smarrito o tradito.” (p. 19)
La collaborazione con la radio di Berlino e di Francoforte, oltre a metterne in evidenza le notevoli doti di comunicatore rivela per intero il suo progetto pedagogico, che vuole sottrarre i ragazzi alle mire di un processo educativo interessato e consumista, dal quale “la delicata e chiusa fantasia del bambino viene intesa, senza scrupoli di sorta, come domanda psicologica nel senso di una società produttrice di merci, e nella quale con squallida disinvoltura l’educazione viene considerata come lo sbocco coloniale per lo smercio di beni culturali.” (p. 16; in tedesco si veda W. Benjamin, Kolonialpädagogik, 1929)
Per Benjamin è fondamentale, in una fase storica che offre molti allettamenti e altrettanti messaggi confusi e nevrotizzati, fornire ai più giovani, nella maniera meno invasiva e autoritaria, quegli strumenti necessari allo sviluppo di una solida e indipendente capacità critica. Solo diventando osservatori coscienti infatti saranno in grado di percepire a pieno il ruolo di attori sociali che l’ingresso nell’età matura li chiamerà a ricoprire. Benjamin formula in termini straordinariamente attuali la responsabilità dell’educatore nella formazione di individui consapevoli e preparati ad essere cittadinanza e umanità attiva e impegnata.

Claudia Ciardi, 2011

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